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Una sera fatta di rosa e mistico azzurro

ci scambieremo un unico lampo, come un lungo singhiozzo carico d’addii.

 

(Charles Baudelaire)

 

 

 

 

Solo il silenzioso approdo delle gelide e piccole stelle, senza fretta, aprivano le porte delle nostre illecite notti e con la loro luce tracciavano i nostri sguardi senza uditorio.

 

 

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E noi sulla irragionevolezza dormivamo, aspettando che al mattino l’aria sorridesse, colorandoci.

Quella meravigliosa spruzzata di vitalità in me era nata come luminosa fosforescenza.

Una spirale che scatenandosi m’avvolgeva nel suo mondo bellicoso e dipinto di musica.

Imparammo a racchiudere i nostri corpi tra il disordine della casa.

Tra le magliette.

Tra le calze e le creme che spalmavo con facilità, quando ritornava coi muscoli delle braccia e delle gambe a pezzi.

Era la fragranza che emanava il suo corpo a diventare adrenalina per la mia impazienza e nel bisogno di qualcuno che si occupasse di lui, o forse nel desiderio di proteggerlo, mi munivo di balsami ed olii per avvolgerlo nella necessità d’una tranquillità felice.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(Slacciati la cintura).

(Togliti il vestito).

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L’ubiquità del desiderio, sobillato a goccia a goccia, con le mani sulla pelle, era un preludio per quel fisico bello come quello d’una donna, più seducente d’una puttana.

Nulla contava.

Era mio!

Lo sentivo cadere come un sasso mentre frugavo nella sua cenere spenta e sottile una favilla incendiava i sensi.

Con la danza tribale delle pupille distese, graffianti, sperdute nella mappa della sua giovinezza, giravo, attorno a quel nero nido di riccioli morbidi.

Giravo.

Giravo. Sgusciavo in punta di dita per suonare ogni tasto di quella pelle pagliaccia, pigra, torpida, sincopata e, solitario, all’improvviso il vento si elevava alto per dare fiato alle trombe.

L’inferno esplodeva, vivificante, devastante e come un diavolo m’invitava a quel banchetto di grazia infida e servile intorno alle sue cosce.

Addentavo quel pane al ritmo incalzante dei fianchi che sentivo sanguinare e trascinarmi sul palpito incessante delle sensazioni che coglievano di sorpresa come ladri nella notte.

Denudavo le unghie per segnargli il petto e aspettavo che scoppiasse un temporale benefico di gocce di madreperla. orgasmo.jpg (37344 byte)

 

Il rosso sole ogni mattina si distaccava a palla dall’orizzonte.

Ero ubriaca di pace e non più estranea al mondo.

Di questo sogno luminoso c’era una sola consapevolezza: smettere di essere straniera nella terra che mi apparteneva. Ignorando l’ossessione del passato che s’agitava come un bimbo contento, volevo soltanto vivere senza timore di pensare.

Cosa importava ormai?

Possedevo il suo candore, il sapore della sua ingenuità, il suo donarsi senza imporsi: una realtà sino ad allora negatami.

Ero pazza o innocente?  

 

 

 

Una goccia d’acqua, alla lunga, trafora il sasso.

Nemici diventarono quei giorni che nella mischia si susseguirono senza pensare al passato, né al futuro né a lui, mercante di specchi, che stravolse ogni attimo per lasciarmi alle spalle la vita. Nuda. Spersa. Persa. Dispersa. Sospesa nel fluttuante dominio dei sensi, barcollante come il primo palpito d’un cucciolo appena uscito fuori dal ventre della madre… non faceva più parte di me.

 

 

FINE PRIMA PARTE

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