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LA VITA IN GIOCO

La vita in giuoco
sotto il divano sopravvissuto
all'unghia del gatto
Un cuscino buttato per terra
sotto il cielo di stelle


Era estate e lei diceva:
"non prendere caramelle
...dagli sconosciuti"


Imparai la diffidenza
e... niente caramelle
neanche dai conosciuti


Con la banda degli onesti
hai cucito vestiti
tutta una vita


E tu... mamma
hai mai giocato
con la tua bambina?


Papà - Silvana e Mamma a pranzo dalla nonna

Con mia sorella Silvana

 

 

A 15 anni tornai definitivamente a Catania: una gran bella città, affascinante, piena di bei negozi, ragazze, ragazzi, auto, filobus, tram, frastuoni. Fu quell'aria frizzante a trasformare "il brutto anatroccolo" in un delizioso bocciolo che s'affaccia alla vita con tutta quella carica che solo la gioventù può dare.  

Tutti i sogni che avevo coltivato fin da bambina cercavano una strada d'uscita. Sogni che anche se cozzavano, nonostante fossi già adusa alle problematiche della vita, era la strada che in ogni caso volevo percorrere.

 

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Il tempo della scuola era finito da un pezzo e la voglia di indipendenza a grande bracciate aveva segnato parecchie conquiste. Ero nel pieno degli anni 70 e sognando respiravo la polvere odorosa del talco che mi spargevo con tanta cura addosso assieme all'acqua di colonia. Ormai acquistavo le calze di nylon e non più i calzettoni di cotone e l'indossare quelle trasparenze sulle gambe che avevano già perso le forme infantili rette dai legacci elastici che formavano certi lividi sulle cosce. Con i primi tacchetti e le calze trasparenti sulle esili gambe che si poggiavano a terra come piume sospinte.

Ma erano anche gli anni in cui, come tante altre ragazze, stanche di certi schemi stantii, mi ribellai: ogni occasione era buona per mostrare la consapevolezza di contestare, spesso con atteggiamenti ironici e sprezzanti.

Con molto ritardo giunsero in Sicilia gli echi sessantottini e gli strascichi di quel movimento beatlesiano, l'anticonformismo, la rivoluzione, i capelli lunghi il rock and roll ...e i pantaloni. Furono anche gli anni dei ragazzi con i lunghi capelli sulle spalle e il loro aspetto disordinato mi sollevava da i non pochi commenti.

Vestirsi in una certa maniera era la prova lampante di una "modernità", trasgressiva e soprattutto contestataria. 

imiei14anni.jpg (20191 byte)Ed ecco che trovo

un mucchio di lettere:

ognuna mi ha lasciato

una traccia nell'anima.

Lettere che mi hanno fatto temere e pensare.

Lettere che per giorni e giorni

sono rimaste fotografate nel mio cuore

tanto da rileggerli ad occhi chiusi.

Adesso sono conservate

l'una sull’altra nel fondo di un cassetto

e penso: le rileggerò? N'avrò tempo?

Solo un gran desiderio mi fa tornare ad esse.

Allora cerco di frugare nel passato

e con indicibile commozione rivedo

il viso e l’anima di chi le scrisse

di chi non mi scriverà più.

Povere lettere ingiallite al buio.

Un giorno le rilessi... per ritrovare le prime impressioni che avevo avute leggendole la prima volta. 

Rimasi scontenta perché non erano "più le stesse". Mutati erano i tempi e mutate erano la persona che le scrisse. E mutato era il mio animo.

Mi sembravano tanti fiori secchi quelle povere lettere che al momento presente non mi danno altra utilità che quella del conforto.

Avevo perso quella che normalmente si chiama "aria provinciale" in cambio però avevo iniziato a collezionare i primi ceffoni di mio padre.

Quella mia caratteristica di timidezza in fondo nascondeva la grinta e la capacità di non trovare compromessi con quanto andava in contrasto con i miei principi e il sano e corretto vivere nel rispetto del sé e degli altri.

In effetti più gli altri criticavano il mio operato e più le gonne da sopra le caviglie s'accorciarono sempre più verso il ginocchio, ma ben presto indossai definitivamente "i pantaloni", interpretando quella sistematica distruzione di una moralità in cui volevano a forza ricacciarmi.

Così dissi addio per sempre "al reggiseno e alle sottanine smerlettate".

La "nero-bianco" mania delle zampe d'elefante e delle alte zeppe di sughero (cinque dita e più, s'alternava ai mini-pull verdi e alle minigonne arancione sgargiante. Il tutto indossato con una manifesta vanteria, per esprimere in tutti i modi la rabbia che, come una sorta di velenoso silenzio, la sfogavo su tutto ciò che mi circondava.

Era anche l'età dove contava "contestare" tutto.   Contava rischiare di rompermi l'osso del collo cadendo da una moto (ne ho distrutte 4!), Tornando alla memoria del tempo, al ricordo di ciò che è stato: il gioco di sempre della vita.

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Un bel giorno però incrociai le gambe e sciolsi i capelli: era tempo di rivalutare la mia femminilità dimenticata nei cassetti d'un futuro che aveva fretta d'affacciarsi nella mia vita.

Anch'io mi misi a giocare quel giuoco che da sempre è stata una prerogativa degli uomini e diventai una donna preda.

Se l'uomo è un cacciatore, feci di me un cerbiattino tenero, pronto a farsi carezzare, ma loro mi vedevano una sorta di tigre: ingenua o sessualmente attraenti?

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L’essenza della vita di gioventù si nutre istigando con le paure il silenzioso scorrere di anni che tutto cambia. Nell’offrire i giorni impedisce il dimenticare di quel domani già passato trainando lesto il crescere dell’acerbo bocciolo che nella smania di traguardo, senza contare il passo d’improvviso s’accorge degli occhi così truccati.

Lontani ricordi struggono e lo sfiorire imbianca la chioma.

All’appello si confrontano saggezze e convinzioni rimpiangendo quei sogni dispersi tra stupidi oggetti.

Nel cassetto dei lontani giochi la bambola cieca convince d'essere l’unica a non essere cambiata.

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© copyright Akkuaria 2002