Sono in carne e ossa, in ciò che potrebbe definirsi un serio aspetto: scarponi per nascondere i piedi che sul palco a stento toccano terra.

 

Marsupio sopra l’ombelico.

Borsone in mano e raddrizzato sulle mie spalle oltrepasso una porta su cui spicca a lettere maiuscole:

 

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ENTRATA ARTISTI

 

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Ho il giornale tra le mani.

Mi sono soffermato sulle righe.

Assaporo le parole.

Leggo e rileggo una decina di volte l’articolo: il mio spettacolo.

"Stasera il primo ballerino della compagnia..."

È mia la foto?

È fatta?

È fatta!

 

("...Ogni traguardo non è mai un arrivo è solo un nuovo punto di partenza...").

 

12a.jpg (17030 byte)C’è silenzio.

Il silenzio, mentre s’allontana e ritorna nella sua noia, semina i miei minuti e li leviga nell’indifferenza.

Il silenzio mi fa paura, mi uccide.

Il silenzio è veleno per la mia mente quando si tuffa nei ricordi.

È un oceano che ingigantisce lo spazio e diventa troppo grande per essere colmato.

Oggi nemmeno un raggio di sole penetra la ragnatela che ho sul cuore.

("M’hai cercata tra gli occhi incontrati a caso,

tra le crepe del tuo pensiero, sempre aperte").

Che senso ha vivere tra la musica?

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È un paradiso che t’esalta soltanto fino a quando l’ultimo rantolo degli applausi si spegne. Un applauso che ripaga le ore, i mesi e gli anni di sudore e di fatica e, quando sei fuori scena, ritorni a essere quello di sempre: nessuno. Formica tra la folla.

 

("Ti vesti di bei ragionamenti quando cammini sui cocci della vita").

Il tempo, si sa, determina la sua distanza e ci permette di vedere ogni cosa con una prospettiva diversa: la città con le belle vetrine scintillanti, gli amici con la loro voglia di ridere…

...Dovevo rinunciare a tutto questo?

Finalmente un rumore nel corridoio. Sono gli altri che come pappagalli ciarlieri squittiscono senza fermarsi. Arrivano. Mi metto in movimento. Scaldarsi è la regola fondamentale nel nostro dannato mestiere. Per fortuna la danza è una passione che gestisce in parti uguali cervello e coscienza. plie.jpg (21547 byte)

Plié. Plié.

Sempre un plié, un noioso plié dietro l’altro. Tendus: uno e giù. Uno e su.

Plié. Plié.

Ancora tendus. Sguardo sul collo del piede: è inarcato a sufficienza.

Concentrarsi e non pensare ad altro. Plié e su.

Razionalizzo sempre più fatica e disciplina. Adesso tutto è diventato naturale.

Con calma spingo le gambe in avanti, stendo bene le braccia e controllo sempre di mantenere dritto il portamento della testa.

Riguardo bene il viso: piccole rughe attorno agli occhi. È la tensione che fa dimostrare il doppio degli anni. C’è qualcosa che non va, non funziona. Penso a ciò che succede fuori e immagino punti infiniti in cui mi disperdo senza tornare indietro e dato che io e il mio cuore non siamo fratelli non condividiamo il più delle volte le stesse cose.

 

("Nel muro la piaga del tempo morde coi suoi denti

per lasciare l’impronta del ricordo ad altri ricordi").

 

 

C’è sempre una parte di me che si stacca e vaga. Si allarga attraverso l’orizzonte degli occhi e diventa un fiammifero che accende le mie irrequietezze. Visualizzo il viso, severo e comprensivo. Lei è la causa di tutto.

 

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Davanti allo specchio guardo il mio sopracciglio: è nudo sulla fronte, come l’arma della mia impietosa giovinezza, dentro la calzamaglia strettissima, scarpette bianche e un asciugamano intorno al collo. Ecco, trascorro tutto il mio tempo davanti allo specchio a guardare i polsi che spingo in alto e sempre con lo stesso ritmo. Quasi li stacco dal resto delle braccia. I polsi agiscono per conto loro costringendomi a muovermi col suono che ritmicamente batte sui timpani.

 

("La malafede limita l’innocuo tuo gioco che non sa sopportare la pietra della prova").

Torturo la mia forza, la mia debolezza e con indifferenza, con totale indifferenza, il respiro, come febbre o malattia, mi comunica un suo intimo contatto.

 

("Somigli all’ombra riflessa dentro l’ammasso informe del tuo cuore,

piegato ora in avanti ora indietro").

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