Una schiava dai lunghi occhi carichi di molli catene

Cambia l’acqua ai miei fiori, nuota negli specchi vicini,

Al letto misterioso prodiga le sue dita pure.

Mette una donna in mezzo a queste mura.

Che nel mio fantasticare errando con decenza,

Attraversa i miei sguardi e non ne spezza l’assenza.

Come nel sole passa il vetro senza lasciare segno,

E della ragion pura risparmia il congegno.

Paul Valéry

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Guardai l’orologio

orologio.jpg (21202 byte)La prima cosa che pensai: è tardi. Con troppe scuse avevo cercato d’evitare quell’incarico.

Quando giunsi a teatro gli orchestrali già accordavano gli strumenti. Il pubblico a piccoli gruppi, cominciava ad occupare i posti in ordine sparso.

Restare ferma e seduta mi stancava così, con lo sguardo annoiato, cominciai a scavare con gli occhi nella massa informe del sipario rosso-viola-dorato.

 

 

 

 

 

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Con il gomito sorreggevo la mano incollata tra mento e guancia.

In quel momento d’attesa si visualizzò con prepotenza una faccia: il direttore del giornale dietro la sua scrivania.

Era lui: dietro due paia d’occhialini macerati sulla fronte.

Dietro la mia stanchezza e dietro la sua lampada lui parlava; e sbatteva le lunette bianche delle unghie sul tavolo. sue.jpg (87334 byte)

 

È poco piacevole trovarsi con le mandibole indurite e pronunciare comunque un sì per quel fuori programma.

Adesso, davanti a una finestra d’apparente finzioni, era lì che tra poco mi sarei nutrita di musica e filosofia: musica per leccarmi le ferite e filosofia per raccogliere gli avanzi della libertà miseramente fallita.

Musica o filosofia: medaglia con le stesse facce, come la mia, sveglia nella noia e consumata nelle ore in cui perfino le parole davano nausea.

Musica o filosofia per i giorni in cui non avevo nemmeno la voglia d’alzarmi dal letto e per quei giorni in cui mi sforzavo d’afferrare anche un solo frammento di luce o l’anima d’un pensiero.

 

La distanza attenua ogni memoria

con l’occhio giallo dell’inverno.

 

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Sicuramente l’anima mi si nascondeva ancora dentro il cappotto e i giorni si contavano a due a due. Duecento passi.

Trecento idee.

Mille pensieri. L’ossessione non mi dava pace.

 

 

 

 

Tirarsi i capelli, mangiarsi le unghie

o piuttosto affrontare il problema?

 

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