L’oscurità della sala finalmente mise a tacere lo stillicidio blasfemo di pensieri

che, come aghi piantati nella carne viva, ricamavano il cervello.

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Un lento e impercettibile cigolìo accompagnò l’apertura del sipario.

Dalla penombra della scena s’alzò un coro come un canto di mille ninfe su un dolcissimo tramonto. L’ouverture cominciò a crescere fra gli allegri e chiassosi appelli lanciati da corde di violini e il tocco delicato delle loro note si spandeva come i colori gioiosi degli arcobaleni. Melodie di tante voci misteriose. Melodie d’antichi rituali. Miscele di note. Corni. Fagotti. L’oboe tratteggiava il percorso d’una folgore inquietante. Nel caleidoscopio perfetto d’accordi zampillavano i ritmi irreali soltanto per annebbiare i sensi.

Nella miriade di note cristalline, tutti gli strumenti parlavano insieme quasi per ricreare l’ansimare incandescente, sparso sulla sequenza dei ritmi, ora delicati, ora soffusi, al solo scopo di dominare i bagagli ancestrali d’ogni singolo spettatore.

Ritmi teneri e soffici che spingevano in un volo senza alcuna dimensione e tra la malinconia velata delle scene evocai ogni magica essenza dell’essere, per scomporla in singoli abbagli di luce. In pizzicate di corde.

In note velatamente oscure e, quasi fosse il respiro delle nuvole sospinte nel punto meno visibile dell’orizzonte, una mia precisa emozione s’incamminò per una strada inesplorata. Nell’attesa che il presagio onirico trasportasse i miei sensi dalla terra al cielo, la melodia iniziò a crescere sempre più velocemente per ridiscendere sempre più lentamente fino a formare un equilibrio di trance, di suspense.

Iniziò a vibrare, tra le timbriche forti e inquietanti, il dramma dell’alienazione umana, esplosa all’improvviso sui volti denuncianti dei danzatori che, con concentrata spiritualità, lanciavano, con la loro danza, una sorta di provocazione e, nel frattempo, aprivano una porta nella creazione d’un tessuto di tragedia in cui man mano si sviluppava una trama.

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Una lucescenza. Sottile la sagoma apparve confusa tra i filamenti giallo-arancio d’un cielo innaturale. Era un verde baleno che s’accendeva tra intermittenze di stupore.

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Un diamante tra le pietre può sembrare una pietra…

ma è una pietra che brilla più di tutte le altre pietre…

 

Torcia vagante era la perfetta morbidezza del corpo che attraversava i coni di luce. Gli effluvi generosi dei colori piovevano dall’alto per illuminare quei suoi fragili polsi, delicati come pennelli nell’atto di dipingere una preziosa tela.

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Color di luna era la sua forma leggera dentro la scena. Era semplicemente un corpo che dentro l’anima si staccava con violenza dagli altri.  

 

Un seme al buio, stanco dal riparo del vento,

nella luce rigogliosamente germina.

 

Chi è costui? Mi domandai, lasciandomi condurre nel turbine della sua danza. Nella profondità dei suoni. Nel bianco latteo della sua pelle. Quella bianca colomba, avvolta nella millimetrica bellezza carnale d’un’aquila, era una minaccia vaporosa. Era un luminoso bolide di fuoco che bruciava. Era un rubino palpitante che, tra spirali di braccia e gambe, risaltava come il chiaro d’un lampo prima d’insabbiarsi fievole, quasi spaurito. Con un agguato, si piantò dritto in punta di piedi sul cuore.

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