Con lentezza mi ritrovai a giocare con il bicchiere che tenevo in mano.

Fissavo il liquido che galleggiava e di tanto in tanto alzavo la fronte per guardarlo in faccia. L’ascoltavo soltanto e, quasi in stato letargico, mi sforzavo di mettere a tacere l’agitazione che si scatenava.

Se per ogni cosa c’è una ragione: una ragione doveva pur esserci perché l’avessi incontrato e, a meno che non mi fossi presa in giro, volevo rendermi conto d’aver incontrato una creatura davvero speciale.

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Gli chiesi di farmi diventare luna:

 

mi ritrovai di colpo

a mirare in basso

 

 

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All’improvviso si liberò dalle catene il sognatore dei miei sogni.

 

Si spolverò da dentro il petto per assaporare, tutto in una volta,

la capacità d’abbracciare con un solo sguardo il mondo.

Erano quelle sue pupille, distese sul volto come colline, a non rendersi conto che avrebbero fatto di me ciò che volevano.

 

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Oltre le nuvole c’è l’azzurro ma, dentro il bianco marmoreo

anche le statue esprimono la loro vita.

 

 

 

 

 

Non credevo che anche le statue avessero vita ma, oltre la limpida luce, ogni cosa giaceva nella sua placida quiete, come le preghiere delle mie sigarette che salivano sinuose tra le pieghe delle palpebre.

Lo guardavo con desiderio. "Ti piace!" dissero, con un inconfondibile incanto, i messaggeri della mia anima, raccontando d’una donna stanca d’essere infelice.

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Quando le finestre del cuore sbattono spensierate,

sono le carte che custodiscono il segreto dei giocatori.

 

 

Trovarsi faccia a faccia su una terra di ghiaccio prima che diventa acqua è una insostenibile natura contro cui non si può sfuggire, ma la speranza è un fuoco che aspetta d’arrossire se un alito di vento dà speranza alla fiamma di mostrarsi.

 

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Il fuoco non guarda mai in faccia nessuno

e solo a piene mani brucia ciò che vuole.

 

 

 

 

Anche la cenere gioisce per un attimo quando nasce dalla scintilla!

 

occhi.jpg (61764 byte)Confusa, abbandonai quel pensiero.

Tutto il profumo della sua gioventù giungeva stuzzicandomi. Non s’era zittito un solo attimo e parlava con un tale impeto da escludermi dalla conversazione. Ancora una volta, la paura mi tentava.

Paura: codarda nemica della mia vita, ma anche amica e sorella. Paura: inesorabile boia d’una povera donna ormai incapace d’assorbire le tinte tenere, e che dentro una palude si circonda di radici che non poggiano mai a terra.

— Facciamo due passi — disse — ho voglia di sentire la terra sotto i piedi e di respirare aria.

Aria pulita, dono prezioso di quel dio mai incontrato. Quel sommo architetto, inventore d’ogni spazio libero e d’immense e microscopiche prigioni in cui si racchiudono gli indecifrabili messaggi della mente.

Camminare disinvolti e tenendoci per mano parlavamo di cose senza importanza. Cosa m’importava di chi o di che cosa in quel momento che sentivo stretta la mano nella sua mano. Girando la testa, lo guardavo…

 

...Ti voglio accarezzare, sentire, vedere. Non t’allontanare.

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